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 7 FEBBRAIO 2017 11:47 di Silvia Buffo

Intercalari taglienti, parolacce, espressioni liberatorie e insulti a volte possono avere complicazioni di tipo legale. In libreria arriva l’inedito “Dizionario giuridico degli insulti”, manuale che raccoglie un secolo di sentenze dei tribunali. Un’esortazione alla prudenza verbale.

 

“Le parole sono importanti”, come diceva Nanni Moretti in uno suoi più celebri film e lo sono ancor più quando portano ad avere complicazioni legali. Per una parolaccia si può finire in tribunale e numerose sono le sentenze relative agli insulti. Il consueto ‘vaffanculo’ non necessariamente viene pronunciato in maniera offensiva. Nell’immaginario comune ha assunto sempre più frequentemente l’accezione di “non infastidirmi”. In alcuni casi la cassazione ha chiarito che l’espressione, qualora percepita in questo senso, sarebbe potuta rimanere impunita.

Il confine sottile fra un’espressione liberatoria e il disprezzo
Ma la linea fra il disprezzo e un semplice intercalare liberatorio è a volte troppo sottile e la Cassazione spesso e volentieri, in particolare quando il ‘tasso’ di permalosità di alcuni assistiti è molto alto. Si apre un dilemma, la ricerca del cavillo, si vuol comprendere di più e ci si vuole orientare in quest’ambito linguistico, che accomuna persone di ogni genere, adirati e gente portata allo sfinimento della pazienza che almeno una volta nella vita si trovano in preda ad espressioni sgradevoli.

Dire ‘parolacce’ non deve complicare la vita, meglio consultare il “Dizionario giuridico degli insulti”
Insomma a volte valicare qual confine e sfociare nell’offensivo, può creare spiacevoli problemi a livello giuridico. Si necessiterebbe di una guida, un manuale che educhi a non valicare quella sottile frontiera e rimanere al di qua della propria incolumintà personale. E così che l’avvocato cassazionista, il siciliano Giuseppe D’Alessandro ha ben pensato di fornire un utile strumento scrivendo il “Dizionario giuridico degli insulti”, per A&B Editrice, un’accurata antologia di oltre un secolo di sentenze pronunciate dai tribunali italiani. L’autore è esperto in materia poiché aveva già pubblicato le statistiche sugli insulti più frequenti fra i casi giuridici.

Il parere dello psico-linguista: “Le sentenze sugli insulti sono appassionanti”
A scrivere la prefazione del libro è lo psicolinguista Vito Tartamella, che spiega:

Le sentenze sugli insulti sono appassionanti, ma spesso sembrano contraddirsi e perciò rischiano di creare confusione: che cosa si può dire, allora, senza rischiare di finire in tribunale? E non sono quesiti astratti, visto che le leggi puniscono le offese (ingiuria, diffamazione, oltraggio) con multe fino a 12mila euro e carcere fino a 5 anni.

Aggiunge l’esperto, sottolineando l’utilità dello strumento per i giuristi:

Il nuovo dizionario è un’opera preziosa: può essere utile non solo ai giuristi e ai linguisti, ma anche ai sociologi – per capire come cambia la percezione delle offese nel corso delle epoche – e ai giornalisti e blogger, per sapere quali parole possono o non possono usare nel criticare un personaggio pubblico.

La diagnosi dell’insulto passa sempre dall’intenzione comunicativa, cosa che richiede più attenzione
Nel dizionario di Giuseppe D’Alessandro sono presenti, in ordine alfabetico, i pronunciamenti su 1.203 termini insultanti, di cui preferiamo omettere l’esempio, insieme ad espressioni di fantasia ispirate dalla letteratura e dalla cronaca: come “ancella giuliva”, “barabba”, “azzeccagarbugli”. Ma se a far la differenza è l’intenzione comunicativa nel parere giuridico, non sono esonerati da un’arcuta analisi anche espressioni ‘neutre’, come anche complimenti: “bella”, “bravo”, “onesto”. Espressioni, che pur nella gradevole sonorità vantano condanne come veri e propri insulti, poiché comunque celano un’offesa. Più che processo alle intenzioni, in questi casi possiamo senz’altro parlare di un vero e proprio processo alle parole.

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