Recensione di Franco Abruzzo

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Un secolo di sentenze su 1.203 parolacce. Sono i numeri del “Dizionario giuridico degli insulti”, il primo libro italiano che offre uno sguardo d’insieme sui pronunciamenti dei tribunali in merito ai reati di ingiuria, oltraggio e diffamazione. Reati che comportano pene rilevanti: multe fino a 12mila euro e carcere fino a 5 anni. Il dizionario scritto da Giuseppe D’Alessandro, avvocato cassazionista siciliano, può essere utile non solo ai giuristi e ai linguisti, ma anche ai sociologi e ai giornalisti e blogger. Prefazione di Vito Tartamella.

 

6.2.2017 – Un secolo di sentenze su 1.203 parolacce, da “A fess ‘e mammeta” a “Zozzo”. Sono i numeri del “Dizionario giuridico degli insulti”, il primo libro italiano che offre uno sguardo d’insieme sui pronunciamenti dei tribunali in merito ai reati di ingiuria, oltraggio e diffamazione. Reati che comportano pene rilevanti: multe fino a 12mila euro e carcere fino a 5 anni.

Il dizionario (A&B editrice, 196 pagg, 18 €), scritto da Giuseppe D’Alessandro, avvocato cassazionista siciliano, può essere utile non solo ai giuristi e ai linguisti, ma anche ai sociologi (per capire come cambia la percezione delle offese nel corso delle epoche) e ai giornalisti e blogger, per sapere quali parole possono o non possono usare nel criticare un personaggio pubblico.

Per esempio, si può scoprire che è stato condannato chi ha usato i termini faccendiere, inqualificabile, modesto, politicante, scalmanato, sciagurato, sconcertante, specioso, strampalato. Mentre è stato assolto chi ha usato le espressioni crumiro, dittatore, esaurito, fanatico, fazioso, incauto, inciucio, lacché, lottizzato, nepotismo, pazzo, retrivo, risibile, ruffiano (ma solo in senso metaforico), sanguisuga, sobillatore, sprovveduto, stravagante, superficiale, trombato, trombone, zelante e zombie.

Ma attenzione, avverte nella prefazione Vito Tartamella, esperto di turpiloquio: “non c’è alcuna garanzia che, usando questi termini, la passerete liscia. Dipende dal tono che usate, dalle argomentazioni che adducete, dalla sensibilità del giudice. Perché ogni insulto è un caso a sé e va valutato nel contesto in cui viene usato”. Come cantava don Basilio nel “Barbiere di Siviglia”, “la calunnia è un venticello”. Per saperne di più: www.parolacce.org/2017/02/06/giudizi-tribunale-insulti/

 

Recensione di Franco Abruzzo

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presidente ordine giornalisti Lombardia

 

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