Prefazione di Vito Tartamella

Pr b4b9ae6c842f439ff07c2c298ccdb3e4-225x300 Prefazione di Vito Tartamella  efazione a cura di Vito Tartamella

Questo libro è prezioso. Perché ha affrontato una sfida impegnativa e inedita: studiare oltre un secolo di sentenze pronunciate dai tribunali italiani.

Ma attenzione: non per delitti di sangue, furti di patrimoni, sequestri di persona…. No. E’ un libro prezioso perché esamina per la prima volta, con uno sguardo d’insieme, i giudizi sulle violenze più impalpabili: quelle commesse con le parole. In termini giuridici: ingiuria, diffamazione, oltraggio, vilipendio.

Che, a dispetto delle apparenze, non sono reati minori. Perché con le parole si può ledere un bene altrettanto impalpabile ma reale: la nostra immagine. Tecnicamente parlando, il decoro, ovvero le nostre doti fisiche, intellettuali e professionali, e l’onore, cioè il nostro valore sociale. Insomma,l’opinione che abbiamo di noi stessi, che è per molti aspetti frutto del giudizio che gli altri hanno su di noi. Perché l’uomo è un animale sociale, e per vivere a contatto degli altri ha bisogno di stimarsi ed essere stimato.

Non sono soltanto questioni di principio. L’ho capito a fondo quando ho pubblicato sul mio sito, www.parolacce.org, un articolo sulla recente riforma del reato di ingiuria. Pur sapendo che sono un linguista e non un giurista, i lettori mi hanno sommerso di richieste di questo tenore: «La mia vicina di casa mi insulta con parole del tipo ”cornuta”, e anche con gesti ecc. Io però sto male non riesco a passare davanti alla sua casa… cosa posso fare?». Oppure: «Se dico a una donna su Internet “Sei una razzista di merda”, può farmi causa?». O ancora: «Sono stato querelato perché ho scritto su Facebook: “Questa merda di consorzio e il ciccione di XXXX che gira in SUV.!” Che cosa rischio?».

Ma la sensibilità agli insulti non è nata coi social network, e non è solo un’esigenza di noi uomini moderni, così attenti all’immagine. E’ una necessità così connaturata al nostro essere che in un’epoca ben più spirituale della nostra, il Medioevo, Tommaso d’Aquino aveva catalogato l’insulto, nella “Summa theologiae”, come peccato mortale, senza «se» e senza «ma». Perché l’insulto, scrisse Tommaso, «toglie a un uomo le testimonianze di onore e di venerazione che gli sono dovute. Perché una persona ama il proprio onore non meno delle sue proprietà».

E allora leggiamole, queste parole che feriscono. L’avvocato D’Alessandro ne ha esaminate 1.286, e dà un senso di vertigine vederle sfilare in ordine alfabetico nelle pagine di questo libro, che racconta le offese finite sulle carte bollate e giudicate in tribunale. Come molti crimini, sono una minima parte di quelli realmente avvenuti. E’ proprio vero, come scriveva nel 180 a.C. un sapiente ebreo, Yehoshua ben Sira, che «ne ferisce più la lingua che la spada» (Bibbia, Siracide, 28, 18).

Qui non si parla solo di stronzo, carogna, puttana, verme, ladro, fogna, infame. Ma anche di espressioni molto più creative: dentiera ambulante, diesel fumoso, ancella giuliva, mollusco fossile tipico del Mesozoico, realburinismo (sic). E anche di ingiurie figlie del nostro tempo come viado, tangentaro e milf (acronimo di “Mother I’d like to fuck”, madre che scoperei: epiteto usato nei film porno con protagoniste sopra i 40 anni).

Perché le offese sono vive com’è viva la lingua, sempre in osmosi con il nostro immaginario e con la storia. Lo testimoniano gli epiteti nati attraverso il meccanismo linguistico dell’antonomasia: insulti letterari (barabba, azzeccagarbugli, Giuda, cerbero, befana, Pinocchio), cinematografici (Serpico, Dracula, Mata Hari), da fumetto (Zio Paperone, Wil il coyote), da cronaca (Papi girl, Pacciani, Lewinsky), televisivi (mago Silvan, Wanna Marchi), E anche parole neutre (tizio, boy scout, coccolone) o addirittura complimenti: bella, bravo, onesto. Tutte – badate bene – espressioni condannate come insulti.

Ma allora, per non trasgredire le leggi, dovremmo tenere sempre la bocca chiusa?

Sì e no. In realtà queste sentenze rivelano una verità che è nota da tempo agli studiosi di pragmatica della comunicazione. Ovvero, che i significati non sono soltanto una dote insita nelle parole, ma si costruiscono anche attraverso le relazioni sociali, il contesto culturale, le intenzioni comunicative. Tant’è vero che i magistrati, quando sono chiamati a giudicare se un’espressione sia ingiuriosa, non si domandano solo se sia intrinsecamente offensiva. Sarebbe un criterio troppo restrittivo: si potrebbe applicare solo agli insulti di registro linguistico basso, volgare (coglione, testa di cazzo, troia). Queste parole sono sempre insultanti. Anzi, a ben guardare non sempre: possono perfino assumere un senso giocoso e affettivo quando vengono dette con affetto: «Come stai, vecchio bastardone?». Le parolacce, infatti, sono come coltelli: possono ferire o uccidere, ma si possono usare anche per sbucciare una mela, incidere una scultura nel legno, rimuovere un tumore. Dunque, non si possono condannare a priori e in blocco.

D’altro canto, è vero anche il contrario: si può camuffare un’offesa sotto le sembianze di un complimento. Come racconta questo libro, ne sa qualcosa la persona che nel 2010 disse a due vigilesse: «Siete due gran fiche». E’ stata condannata, e non per sessismo: l’automobilista che aveva detto quella frase sarcastica era infatti una donna di Modena. Era evidente che stava usando un’altra figura retorica, l’antifrasi: una locuzione il cui significato era l’esatto opposto di quello che ha letteralmente.

Dunque, sorprendentemente, vale la seguente equazione: complimento = insulto. La medesima parola, insomma, può avere entrambe le funzioni a seconda del tono (ovvero dell’intenzione comunicativa) con cui viene detta.

Le parole, infatti, sono come plastilina: si modellano a seconda delle situazioni. Ecco perché, in linea di principio, qualunque vocabolo – anche seggiola, prato o lapislazzulo – può diventare un insulto, se pronunciato con l’intenzione di offendere. I magistrati l’hanno capito, e per giudicare se una parola sia stata davvero offensiva, usano lo stesso criterio di un buon linguista: collocano quella espressione nel contesto. Cioè vanno a guardare chi l’ha detta, quando, perché, a chi, dove, con quale intenzione comunicativa. E così giudicare diventa – come in tutti gli altri reati – molto difficile: bisogna riuscire a dare il giusto peso a ognuno di questi fattori.

Ecco perché alcune espressioni innocenti possono diventare offensive. Nel 2011, il presidente di un Collegio giudicante fu sanzionato dal Csm per aver usato un semplice pronome dimostrativo: “questa”. In un processo penale, infatti, quando una giudice del Collegio voleva porre una domanda a un teste, il presidente disse: «E vabbè, questa vuole fare una domanda». La giudice lo denunciò e il Csm le diede ragione, ritenendo offensivo il termine “questa” sia per il tono che per il contesto nel quale fu usato.

Nonostante le apparenze da repertorio giuridico, infatti, questo libro racconta tante storie. Spesso divertenti e inaspettate: come quella del magistrato che aveva chiamato i propri colleghi, durante un’infuocata camera di consiglio, “minchie mortee “nani mentali(fu condannato dalla Cassazione nel 2004).

O quella dell’automobilista punito dalla Suprema corte nel 2011 per aver detto a un poliziotto che l’aveva sanzionato durante un controllo stradale: «Questa multa non mi toglie nemmeno un pelo di minchia».

Peccato, era una bella battuta. Altri giudici, in passato, si erano dimostrati più tolleranti: avevano assolto un uomo che aveva detto a un collega «Mi fai una sega tu e la legge». Perché, scrissero i magistrati dell’epoca (era il 1948!) la frase, per quanto volgare e come tale emendabile, «aveva il significato traslato di “Sono assolutamente tranquillo di fronte alla minaccia di adire vie legali”».

Nel 2015 i giudici hanno fatto riassumere un impiegato (goliarda? ribelle?) che era stato licenziato perché in un computer aziendale aveva denominato un file “merda.doc”. Per quanto irrispettosa, era pur sempre un’opinione. E infatti gli insulti non sono che “giudizi abbreviati” come diceva un altro filosofo, Arthur Schopenhauer. Come stabilire, allora, il confine fra diritto di critica e offesa? E’ un confine sottile, a volte sfuggente come un’ombra.

Per esempio, mi ha fatto piacere leggere che l’aggettivo affarista («chi cerca il guadagno come fine a se stesso, ricavando vantaggi finanziari da ogni attività», recita la sentenza) sia stato considerato offensivo, soprattutto se rivolto a un amministratore pubblico. Dovremmo ricordarcelo più spesso.

D’altronde, che si possa (e si debba) criticare un personaggio pubblico, è uno dei cardini della democrazia e della libertà di stampa. E’ in nome di questa libertà che Vittorio Feltri è stato assolto per la sua rubrica «Il bamba del giorno», che metteva alla berlina vari protagonisti delle cronache. Una critica anche feroce, purché argomentata, è infatti tollerata. Ma salendo di tono e di bersaglio, questa libertà inizia a scricchiolare: è legittimo affibbiare il soprannome di “Cialtracons” al Codacons, l’associazione dei consumatori? I giudici, come scoprirete fra qualche pagina, hanno detto di no. E’ il noto dibattito sui confini della satira: fino a dove può spingersi per «castigare i costumi attraverso il riso»? La Cassazione parla di “continenza”: si possono usare parole forti, purché siano figlie di un dissenso ragionato. Ma, in realtà, è impossibile stabilire una formula a priori valida per tutti i casi.

E il dibattito diventa ancora più appassionante quando si toccano le cariche dello Stato: dirigenti pubblici, forze dell’ordine, magistrati, e, primo fra tutti, il presidente della Repubblica. Quest’ultimo è praticamente intoccabile: giornalisti, ma anche politici, sono stati condannati solo per aver definito la massima carica dello Stato indegno, fariseo, sepolcro imbiancato o anche solo antipatico. Davvero non può starci antipatico un presidente della Repubblica?

E’ vero che abbiamo il diritto di manifestare liberamente il nostro pensiero (Costituzione, art. 21) e che siamo tutti uguali davanti alla legge (Costituzione, art. 3) ma, evidentemente, alcuni hanno più diritti degli altri. Tant’è vero che mentre chi offende un semplice cittadino rischia 3 anni di galera (in caso di diffamazione a mezzo stampa), chi insulta il presidente ne rischia quasi il doppio: 5.

La norma è un retaggio dell’antico delitto di lesa maestà: era presente nel Codice Toscano del 1853 («chiunque fa offesa alla riverenza dovuta al Granduca, è punito con la carcere»), e di fatto equipara il sovrano, pardon, il presidente, a una figura sacra: «Non nominare il presidente invano», verrebbe da dire.

Eppure, nonostante questi evidenti cortocircuiti, è molto difficile cancellare questo privilegio. Perché è uno dei fondamenti invisibili su cui si poggia lo Stato. La Corte Costituzionale, infatti, che si è pronunciata più volte su questo argomento, ha sancito che il presidente della Repubblica gode di tutele speciali non perché la sua persona abbia un valore superiore a quello degli altri, bensì perché egli incarna l’istituzione repubblicana: un bene di «eccezionale rilevanza» che va difeso sopra ogni cosa. Dunque, il nostro ordinamento, pur di difendere se stesso, accetta che l’onore non sia uguale per tutti: quello di chi rappresenta lo Stato vale di più. Anzi, nel 2004, la Corte di Cassazione ha pure aggiunto che la difesa del presidente da qualunque critica che lo possa far apparire inadatto a rivestire la carica, «si giustifica per garantire il sereno svolgimento delle funzioni presidenziali».

Sarà. Ma da questa tutela al rischio di censura preventiva il passo è breve. Ecco perché molti (compreso l’ex presidente Giorgio Napolitano) hanno proposto almeno di alleggerire le pene previste per il vilipendio del presidente della Repubblica.

Vedremo come andrà a finire. Certo, quando si parla di parolacce i dubbi da sciogliere sono numerosi e, a volte, involontariamente comici. Per esempio, muovere il bacino in avanti e indietro dicendo «Suca» (succhia) è un’ingiuria? I magistrati l’hanno inquadrata come atto contrario alla pubblica decenza, ma si potrebbe discutere a lungo. E la frase «Ti rompo le corna» è un’ingiuria o una minaccia? Dipende se si dà più peso al verbo rompere o alle corna.

E augurare a qualcuno che «gli venga un cancro»? Esemplare quanto hanno scritto i giudici della Cassazione (2008): «la malattia non è mai una colpa, ma un evento naturale che colpisce tutti e per la quale non c’è motivo di vergogna: l’augurio dell’altrui sofferenza denota miseria umana, ma non riveste rilevanza penale».

Miseria umana ma anche superstizione: la maledizione – questo il nome tecnico dell’augurare il male a qualcuno – si basa sulla credenza magica che un desiderio (malevolo) possa realizzarsi davvero. Molte espressioni volgari sono maledizioni, eppure nei loro confronti i giudici hanno pareri discordi: hanno assolto chi ha augurato la morte di qualcuno, ma condannato chi ha detto «Va a morì ammazzato», «Che ti vengano le emorroidi», «Che tu possa sputare sangue», «Vaffanculo» e perfino «Va a cagare» (che per uno stitico sarebbe una benedizione).

Com’è inevitabile, molte sentenze fanno discutere. Perché, in diversi giudizi, rompicoglioni è un termine tollerato («è una manifestazione scomposta di fastidio, di disappunto ma non lede l’onore») mentre rompicazzo è considerato insultante, pur avendo un significato equivalente? Perché i testicoli debbano avere una minor forza insultante rispetto al pene non è dato sapere.

Lo stesso dilemma si pone per i termini pagliaccio e buffone: pur essendo termini sovrapponibili, mentre il primo è stato sempre condannato, il secondo è stato anche assolto. Il buffone, del resto, è una figura ambigua: è ridicolo ma può anche rivelare verità scomode.

Ed è lecito che un insegnante dia dell’asino a un alunno? La Cassazione, nel 2013, ha scritto che il termine «potrebbe, in linea di principio, riconnettersi ad una manifestazione critica sul rendimento del giovane con finalità correttive». Sarà, ma ho qualche perplessità sull’efficacia educativa dell’insulto.

Di certo, per chi come me è giornalista, ovvero fa informazione critica, fa effetto leggere che è stato condannato chi ha usato i termini faccendiere, inqualificabile, modesto, politicante, scalmanato, sciagurato, sconcertante, specioso, strampalato.

D’altra parte, è pur vero che è stato assolto chi ha detto crumiro, dittatore, esaurito, fanatico, fazioso, incauto, inciucio, lacché, lottizzato, nepotismo, pazzo, retrivo, risibile, ruffiano (ma solo in senso metaforico), sanguisuga, sobillatore, sprovveduto, stravagante, superficiale, trombato, trombone, zelante e zombie. Ma attenzione: non c’è alcuna garanzia che, usando questi termini, la passerete liscia. Dipende dal tono che usate, dalle argomentazioni che adducete, dalla sensibilità del giudice… Senza contare che una parola un tempo inoffensiva potrebbe nel frattempo essersi caricata di significati svilenti, e viceversa. Oggi, per esempio, dare del Ceausescu o del Khomeini a qualcuno non farebbe più scandalo perché ben pochi si ricordano chi erano questi personaggi.

Perché gli insulti possono ferire, ma restano pur sempre inafferrabili. Come cantava don Basilio nel “Barbiere di Siviglia”: «la calunnia è un venticello».

Vito Tartamella, autore del blog www.parolacce.org

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